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Immaginarne il finale PDF Stampa E-mail
Mercoledì 14 Luglio 2010 11:51
Parlare di un libro prima che venga pubblicato, scoprirne in piccolissime dosi la trama, immaginarne il finale. La Palazzina Liberty di Piazzale Marinai d’Italia a Milano ospita dal 5 al 7 maggio la quarta edizione di “Officina Italia”, rassegna critica della scrittura in corso di libri che a breve andranno a posizionarsi sugli scaffali delle nostre librerie. La manifestazione, curata da Antonio Scurati e Alessandro Bertante, quest’anno ruota attorno al tema del “Mondo che verrà”. Le informazioni le ho prese dalla rubrica “Libri” del sito del giornale La Stampa. Dentro ci sono in anteprima gli incipit inediti di quattro autori. È stato un piacere leggerli, perché nel farlo ho pensato alla fatica enorme, e al contempo appagante, di chi insegue per mesi, se non anni, un unico sogno, vale a dire la “parola fine” del proprio romanzo.
Comincia così Bellissima, pallida, stordita dalla notte, uno dei brani del libro Momenti di trascurabile felicità di Francesco Piccolo, in uscita per Einaudi in autunno:

La domenica mattina, piuttosto presto, quando la città è vuota e silenziosa e bellissima, me ne esco e vado in giro. E succede sempre che ne incontro due, o tre, una volta addirittura cinque. Qualche volta una sola. Mai: nessuna. Sono certe donne dal viso pallido e il trucco sfregiato, infilate dentro vestiti da sera e tacchi alti, con i visi mattinieri della notte quasi insonne e gli abiti stonati del sabato sera. Addirittura, qualcosa che luccica sul volto, sul vestito o sul cappotto. Qualche volta devo girare per molti quartieri, ma alla fine lo sento quel rumore di tacchi, oppure quel portone che si apre e una di loro compare strizzando gli occhi contro il fastidio del mattino.


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Risorgi, Santa Lucia! PDF Stampa E-mail
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Venerdì 04 Giugno 2010 11:58
L'eco dolorosa della vicenda della Santa Lucia ha valicato l'Oceano Atlantico

Scilla (Italia), 3 giugno 2010

Giuseppe Briganti, mio compaesano scillese da tempo residente in Canada, mi ha recentemente usato la squisitezza di farmi sapere di leggere ed apprezzare il mio blog, informandomi, con l'occasione, di dilettarsi nella composizione di poesie in vernacolo calabrese-reggino e prevalentemente dedicate a Scilla, alla sua geografia ed alle sue memorie, inviandomene alcune.
E' con particolare piacere che pubblico la seguente, dedicata alla "Santa Lucia", lignea imbarcazione da pesca della flotta scillese, recentemente fatta ardere da sciagurata mano ignota.

Giovanni Panuccio
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Risorgi, Santa Lucia!

di Giuseppe Briganti



Ggenti chi, non sapi viviri a stu mundu

Non havi chi mi faci, nta sta terra

Si senti u Patr`eternu i girutundu

Capu priputenti ri cu sgarra.

Senza dignita`, mancu rrispettu

I cu tira e mmucci`a manu

Pover`omu, senza ntellettu

I facci a facci, non e`, n`essiri umanu.

Nci curpunu puru, i silenzi umani

Cura i pagghia, ri cu sgarra

No nci sunnu cchiu`, i cuscienzi sani

E fannu u ijocu di la murra.

Ma povereddhi, nta nsaccu na scusci

Na nuci sula, no nfa sonu

Sperunu all`indomani sa ci bbrisci

Sa nci rrunesci n`autru ijornu bbonu.

Ma com`e` bbellu chistu ijocu

Pir cui u faci e pir cui nc`u` rreggi

Ma cui u rricivi chistu focu

Non havi cchiu` lacrimi mi ciangi.

Sata Lucia, non muriri !...

Non dari sazziu a sti birbanti

Pirchi` tu hai a viviri e mi criri

O cori i tutt`a bbona genti.

Non vi pigghiati pena, non v`asbarruati

Pirchi u nfernu focu parturiu

Ddiu, nci faci u cuntu a sti malati

Candu sara` l`ura ru castiu.

SantaRroccu, penzinci a sta genti

Cui simina chiva mi si curazza

Cu ijavi a cuscenza, malamenti

Cand`e` o giudizziu i Ddiu, mi s`umbbrazza.

Mammi, Patri, rrussigghiati u vostru cori

Mugghieri e Figghi ri Caini

Rumani, v`arrivera`, carchi duluri

Mi ijastimati;... Figghi ri pputtani!..

Cacciatavilli ru sciancu sti scupini

Ricuperatavillu u vostru onuri

Pirchi`s`arrivera` chiddhu dumani

V`usciuppati ru pettu, u vostru cori.

Ijati avanti a l`artari a nginucchiuni

Circatinci a razzia a nostru Ddiu

Ricitinci; oh Ddiu !.. Patri patruni

Cacciatandillu stu caliu.

Omini!... chi sit`i cchiu` valenti

Cacciatavvilli, ri vostri scianchi

Sti carduni, chin`i spini malamenti

Non v`allurdati i mani ijanchi.

Santa Lucia, fatti coraggiu

Ijaziti cu tuttu u to casatu

Pirchi`, nasciru i sciuri ru Rre maggiu

Tutti o to sciancu, in coru beatu.

Oh!... ggiuvini i sta terra bbiniritta

Chi siti u Sali, meli e a manna

Cacciatala, ddha mala scritta

Chi a vui tutti, vi cundanna.

Scriviti liberta`, paci e amuri

GroriaPatri, ave e creru

Mi vi caccia sti duluri

Ru paisi tutu nteru..

Vardati sempri Avanti

S`esti a terra scivulusa

Firmativi n`istanti,

Non faciti a la rrinfusa.

Pigghiativi ri mani

Frati, soru e tutti amici

E sunati li campani

I campani di la paci.

I campani pir la vita

P`ogni strata e p`ogni via

Pir raggiungiri la meta

Cusi`!... risorgi a Santa Lucia.

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Solipsismi n. 4 - Limbo PDF Stampa E-mail
Scritto da ..QuelliCheMalanova.it   
Mercoledì 19 Maggio 2010 12:08
Più vado in giro, più mi guardo in giro, più mi rendo conto di non essere veramente in giro. È soltanto un fenomeno riscontrabile dalla fisica il mio calcare quella terra che in fondo non mi appartiene. Esistessero dei rilevatori meta-fisici, avrei la certezza e non più solo il rimpianto che l’altra metà del mio essere ha una residenza fissa, non si muove, è indissolubilmente radicata nell’isoletta dello spirito dove il destino ha deciso di collocarmi da principio. Perché è proprio di radici che si tratta. E non tutte sono della stessa sostanza. Quelle di cui io mi trovo munito sono estendibili all’infinito, non si spezzano, sono riavvolgenti, anche. Con cadenza fissa, mi richiamano, si tendono e mi trascinano. Come l’acqua dà nutrimento alla pianta, allo stesso modo ricevo energia spirituale e mentale dalla mia terra. È un tormento che non mi fa essere nomade fino in fondo, ed è il tormento che voglio.
E ti vorrei rinnegare, e vorrei amarti di più. Se ti voltassi le spalle sarei più libero di pensarmi e le altre bellezze del mondo non uscirebbero continuamente perdenti da paragoni finora inevitabili. Se ti amassi di più dovrei forse dimenticarmi di tutto il resto. E allora meglio questo limbo? È probabile che il tempo delle decisioni non sia ancora venuto. Non viene mai quando dovrebbe. È un permanere nell’indefinito non dettato dalla volontà, ma dalle varie necessità. Mi risulta difficile non continuare a sognare una comunità in cui ognuno sia dotato della propria dignità, nella quale sia possibile realizzare aspirazioni personali e di vita. Perché finora vivere a Scilla ha sempre significato essere fuori, essere altro, guardare da lontano senza rincorrerlo un tempo storico che si muove e va avanti. Amare questo paese fino in fondo significa dedicare la propria vita ad esso e a nient’altro. Perché questo paese ha bisogno di tutta l’energia dei suoi figli, grida, si agita e smania per l’assenza di cura, per le potenzialità inespresse, per l’abbandono che subisce giorno dopo giorno. Non so come finirà la mia storia, né quella degli altri figli, né quella della mia piccola e negletta isoletta.
Totì
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E la tempesta travolse tutto PDF Stampa E-mail
Mercoledì 19 Maggio 2010 12:08
Questa è la storia di una redenzione. Questa è una storia di riscatto. Questa è la storia degli eventi straordinari avvenuti a Scilla nel maggio del 2011. Questo è l’inizio. Erano giornate primaverili quando tutto cominciò. Non troppo calde, molto insignificanti. Come sempre, la vita era quella di sempre, le solite insoddisfazioni e prospettive assenti. [...]
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Albe PDF Stampa E-mail
Mercoledì 19 Maggio 2010 12:08
Tutte le albe sono uguali. C’è sempre il sole che si mette in quel modo lì, il mare che ondeggia secondo i suoi moti imperscrutabili, il vento sottile, aggraziato o assente che aspetta di far provare il suo tocco. Sei o sette persone tutti i giorni ne aspettano una a Scilla. O forse è lei [...]
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Solipsimi n. 4 - E la tempesta travolse tutto PDF Stampa E-mail
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Scritto da ..QuelliCheMalanova.it   
Martedì 11 Maggio 2010 10:20

 

E la tempesta travolse tutto


Questa è la storia di una redenzione. Questa è una storia di riscatto. Questa è la storia degli eventi straordinari avvenuti a Scilla nel maggio del 2011. Questo è l’inizio.
Erano giornate primaverili quando tutto cominciò. Non troppo calde, molto insignificanti. Come sempre, la vita era quella di sempre, le solite insoddisfazioni e prospettive assenti. Individualismo, c’era solo questo fra i giovani scillesi. Il loro futuro li ossessionava, il passato spesso si confondeva col rimpianto. Il presente invece lo vivevano così, senza grandi slanci, in un torpore innato e imparato a furia di esempi. Per non dire dei maturi e dei vecchi. Loro erano da tutta la vita dei semplicissimi singoli. Le strade della città non erano che lastre di cemento, non già simboli facili di unione o comunità, ma catrame duro verso casa, e la piazza era a pochi o molti metri da casa, il tabaccaio era a pochi o molti metri da casa, tutto era a pochi o molti metri da casa.
Da tanto tempo ormai, nel torbido colpevole di questa generale indolenza, alcuni avevano preso il controllo di tutte le strade, incaricati dall’inerzia universale di definire il senso e l’applicazione del concetto di comunità.
Anche il libero e prolifico esercizio dell’immaginazione non si spingeva troppo al di là della realtà vera, e di voglia di impegno oltre se stessi se ne riscontrava ben poca. Dappertutto era un continuo mugugnare, un lamento infinito che contagiava gli anni che seguivano gli anni, sempre sempre sempre, e in pochi riconoscevano la nobiltà del silenzio, della coerenza.
Nacque tutto all’improvviso. Nessun laboratorio, nessuna preparazione. Fu schiacciato un semplice interruttore e la carica partì, e in un crescendo di enfasi la tempesta si scatenò, fino ad arrivare a travolgere il maggio del 2011.
Bastò una frase senza autore, quattro parole messe lì a mo’ di proclama, a generare l’inimmaginabile, a muovere gli animi e gli intenti: “Buone nuove, stavolta. Insieme per la rivoluzione della normalità”. Furono un attimo, un gesto e un’idea, ma si impressero prepotenti nel corso della piccola storia del piccolo paese. Come un esercito che aspetta la tromba prima di sferrare l’attacco, il popolo più illuminato scagliò la pietra furibonda che diede avvio all’impresa.
Divennero migliaia, si chiamarono il popolo delle Buone Nuove.
Ma quali i protagonisti su cui riporre le speranze di una rivoluzione per cui non c’era storiografia, per cui non esistevano modelli di riferimento provenienti dal passato? Intanto un neonato idealismo cercava sodali, adesioni, cenni di assenso. Il più era fatto. L’idea di un futuro nel segno della comunità prendeva sempre più corpo, non già come dovere, ma come esigenza personale dei singoli. Fu la sublimazione definitiva di quell’individualismo comune a tutti ma ancora incompiuto. Piano piano cominciò a delinearsi un senso del tutto inedito di responsabilità, a conferma del mutamento avvenuto nella coscienza collettiva.
Nessuno ne conosceva il motivo, eppure questo cambiamento lo si riscontrava nei volti luminosi, nelle parole lungimiranti, nei propositi visionari ma fecondi, espressioni e atteggiamenti sconosciuti prima di allora. Mai a Scilla, nel tempo precedente la nascita e l’esplosione della Tempesta, si era udita la forza di un tale sogno, di una tale impresa comune.
Oltre a sconvolgere il corso previsto delle cose, ebbe questo merito, la rivoluzione del maggio 2011: riportò nella mente di ognuno il valore della speranza, che lentamente, lentamente, andava riducendo lo spazio entro cui avevano sempre trovato ospitalità le ombre scure del disfattismo, per secoli il vero e immobilizzante padrone della città.
I lavori per scegliere gli Innovatori, i portatori delle istanze della Tempesta, durarono il tempo utile ad un’unità di ferro. La rosa dei nomi fu pronta.
Un sentimento nuovo scosse i fatiscenti ma agguerriti palazzi del potere: la paura di perdere tutto.
Continua…?

 

Totì

 

 

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Solipismi n.3 - Albe PDF Stampa E-mail
Scritto da Pietro Bellantoni   
Lunedì 10 Maggio 2010 13:53

 

Albe


Tutte le albe sono uguali. C’è sempre il sole che si mette in quel modo lì, il mare che ondeggia secondo i suoi moti imperscrutabili, il vento sottile, aggraziato o assente che aspetta di far provare il suo tocco.
Sei o sette persone tutti i giorni ne aspettano una a Scilla. O forse è lei che fa loro una continua sorpresa. Tutto è calmo e lento in quella parentesi, c’è solo voglia di caffè, silenzio e sigarette. La piazza, mentre il buio si addormenta, diventa il luogo dal quale alcuni osservano il più lento risveglio di altri. È sempre così, durante tutte le albe.
Ma quell’alba lì è stata diversa. Lo scenario abituale rotto dall’irrompere frettoloso di una ragazza piangente, disperata. E, più di tutto, arrabbiata. Si sapeva che qualcosa sarebbe successo. Le fiamme laggiù a marina erano già più basse, di tempo ne era passato. La barca bruciava già da un po’, qualcuno sarebbe arrivato. Quello che per tutti poteva essere uno spettacolo straordinario, che stonava con l’inizio quotidiano, per quella ragazza era un divampare apocalittico, visto con occhi da cui fuoriusciva un pianto che racchiudeva quello di un’intera famiglia, di una storia decennale, di una tradizione custodita quasi come senso e perpetuazione della vita stessa.
Non c’è stato però solo il pianto. E non è mai stato un pianto di rassegnazione. Mentre portavano le sigarette alla bocca, gli scillesi dell’alba hanno potuto ascoltare - forse loro malgrado - le invettive e il grido di sfida: “Uscite fuori, bastardi, fatevi vedere! Uscite, uscite!”. Nessuno di loro avrebbe usato parole del genere, ancorché adirato e vinto. Fosse capitato a un uomo, si sarebbe chiuso in un orgoglioso silenzio, senza dare segni di sofferenza, senza dare “soddisfazione” alcuna agli esecutori del rogo. L’animo ferito ma nobile della ragazza, invece, ha scatenato tutt’altro, ha squarciato almeno per una volta quell’omertà dignitosa che, se si vuol essere onesti, rientra pur sempre in una mentalità troppo intrisa di mafia. E così tutti i presenti hanno assistito a qualcosa che in genere si etichetta come stucchevole o banale, frutto della sensibilità troppo accesa delle “femmine”. In quel caso, però, le urla, le lacrime, i pugni in aria e sul muro hanno assunto un irripetibile significato simbolico, in quanto generati da un atto di purezza di spirito, di profonde e assolute libertà e fierezza. La schiena di tutti i presenti, c’è da scommetterci, è stata percorsa da un brivido di inadeguatezza, di codardia. In quegli attimi e in quelli subito a venire, ognuno ha dovuto fare i conti con la sua Paura, con quella Coscienza che sempre, con tanta o poca intensità, preme sul cuore. Molti avranno continuato la loro giornata senza ascoltarla, ma le lacrime e la rabbia della ragazza di certo avranno avuto il merito di ridestare qualcosa che troppo spesso si preferisce assopire. Ed è nella intimità di questa stessa casa che è la Coscienza che ognuno si scopre uomo o qualcosa che all’uomo si avvicina.

Totì  

 

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Scilla 2130 PDF Stampa E-mail
Lunedì 10 Maggio 2010 13:53
L’ultimo carico era finalmente pronto. Gli ultimi ottanta uomini. Poi l’evacuazione sarebbe finalmente finita. Gli ultimi ottanta su una popolazione di 15 mila persone. Il tenente Brambi poteva essere soddisfatto. Usando le maniere spicce – anche se mai era stato necessario ricorrere alla violenza – era riuscito a deportare un intero paese in soli due [...]
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Scilla e i tipi umani PDF Stampa E-mail
Lunedì 10 Maggio 2010 13:53
Quanti tipi umani può annoverare Scilla? Che varietà di individui nasce, vive, lavora, crea, soffre e muore qui, sulla sponda meno nota dello Stretto? Considerando solo le circa tremila anime di Scilla paese, si nota quanto il ventaglio sia ampio e variegato, tanto da confermare un aggiustamento dell’antico adagio: tutti i paesi sono mondo. Con [...]
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Solipsismi PDF Stampa E-mail
Lunedì 10 Maggio 2010 13:53
Il titolo è chiaro? No? Sì che lo è. Pensieri intimi, privati. Deliri interni senza sbocco o fuoriuscita, una meta precisa o un fine edificante e morale. Compagni di viaggio critici e preziosi, a volte, però,  poco sopportabili. Fu un filosofo il cui nome inizia con l’acca il primo a teorizzare il concetto di estraniamento. [...]
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'U SAZIU NON CRIRI O' 'DDIUNU PDF Stampa E-mail
Martedì 27 Aprile 2010 13:09
Menziornu. Il sole era iatu, a piccu, spaccava 'i petri ra marina.
La famigghia Bonpisu [ma non eranu di origni sardignola] -formata da papà, mamma e ddu' figghi la cui stazza oScillava attornu al quintali l'unu- dopo aver fatto quattru voti il giro del lungomare, parcheggiò e scarricata la machina, si avviava felice e contenta verso la spiaggia scigghitana.

Non erano soli. Portavano con loro tutto l'armamentariu tipicu delle famigghie chi vannu a mari: due ombrelloni cu palu ca punti 'rruggiata e annessa petra stabilizzatrice cu tantu di spago per il fissaggiu; seggia a due piazze per la mamma; seggia simile per il papà; teli mare tipu inzola la cui superficie sfiorava il decinaio di metri quatrati; giurnali, cruciverba, sudoku e riviste di pettegolezzi vari; maschere con annessi buccagghi, pinni e muta. Anzi no, 'a muta no. Gli scienziati si stannu ancora lattariandu, cercando d'inventare la tagghia adatta a loro.

Ma non è finita. Mentre mamma e figghi andavano avanti pi truvari il posto adatto per piantare gli ombrelloni, il padre si carricò sulle spaddhe 'na gabbietta i chiddhi a tri fili, con dentro il meglio della produzioni culinaria calabra: teglie di pasta o' furnu, cutuletti, pipi chini, parmiggiana di melanzane, zucchine ripiene. Poi un campionariu di vinu ra ionica, un bicchiere del quali avrebbe curcatu puru 'n cavaddhu. E poi pani, pani e ancora pani, naturalmente di grano.
Il tutto era accuratamente 'ntrusciatu prima con uno spesso strato di stagnola e poi coperto cu 'na tuvagghia a quadretti tipu "Il pranzo è servito", 'ttaccata cu 'na nnocca che avrebbe vinto il primu premio in un concorso internazionali di fiocchi.

La famigghiola, cercava di caminari in manera tali da mettere i piedi sopra le poche pietre che ancora spuntavano qua e là sulla spiaggia. La tattica non era casuale ma ben sturiata, al fine di evitare di sprufundari - vista la mole- nella sabbia, pirchì sennò per tirali fora si sarebbero dovuti chiamari i pomperi con i loro carri speciali.

Il tempo di truvari lo spazio adatto a muntari gli ombrelloni e a coprire il tutto con i teli mare, tipu tenda da desertu, cusì chi pariva che sopra la spiaggia scigghitana fussi arrivatu il colonnello Gheddafi, chi s'era fatta l'una. Era ura di mentiri manu.

Aperta la tovaglia a quadretti che custodiva il prezioso tesoro, la mamma la distese a terra, a mo' di tavula cunzata. Poi, dopo aver tiratu fora le "armi" (cucchiai, forchette, coltelli, ecc.), pigliò il primo filoni di pani. Lo tagghiò, iaprendulu in due mità perfette, cacciò un po' di mollica e quindi lo innaffiò letterlamente di olio d'oliva di produzioni locali della Piana. Lo stesso fece con gli altri tre filoni. Per imbottirli, usò naturalmente tutto il repertorio di companatico prima descritto: cutuletti, pipi chini, pipi 'i rasta ecc.

Uno dei figghi non resistette alla vista di tantu ben di Diu e allungò la manu per pruvari ad assaggiari quelle leccornie, ma l'urlo di mamma Bonpisu lo paralizzò, rintonandu nella baia delle Sirene: "Fermu! Prima t'ha mangiari 'a pasta! A cu' ncia 'a fici se no?"

E cusì fu. In pocu meno di cinque minuti, le due teglie di pasta o' furnu furono letteralmente  spazzolate, netti netti, chi mancu la migliore lavastoviglie e il miglior detersivo avrebbiru saputu fare di meglio.

Finite le teglie del primo piatto, ciascuno dei figghi Bonpisu chiese in coro: "Papà,  mu pozzu fari 'u bagnu?"
"No! Hannu a passari almeno ddu' uri. Prima aviti a diggeriri!", rispose il padre, siccu (almeno nta risposta!)

Arrivò il turnu dei panini formato maxi. I quattro li assaporarono con una calma e un piaciri chi pariva stessero mangiandu zzuccuru, producendu 'na rumurata chi pariva un cuncertu, un veru crescendo rossiniano, di una musicalità quasi celestiale.
Sì, pirchì ogni muzzicata parrava cull'angili.
"Gnam!" faciva il padre. "Gnam!" rispundiva la madre. "Gnam!Gnam!Gnam!Gnam!" tinivunu botta i figghi in coru.
 E a ogni morso, le mani stringevano il pane accussì forte che tutto l'olio comunciava a scolare dal "culo" del pane comu fussi 'na sciumareddha. E scolando, l'olio andava a finire sulle dita, sulle mani, sulle braccia e poi sul petto e supra a panza di ciascuno dei Bonpisu. Praticamente, al posto dell'olio solare, a combattere contro le scottature del sole bruscenti, era l'ogghiu 'i 'liva [olio d'oliva].

A ogni muzzicata di pani, a turnu, i due figghi Bonpisu spiavano al padre: "Papà, dopu, mu pozzu fari 'u bagnu?" E la risposta patrigna era sempri la stissa: "No! Hannu a passari almeno ddu' uri. Prima aviti a diggeriri!".

S'erunu fatte le tre e menzu. 'U suli minava. Mentre i Bonpisu si avviavano a concludere il loro pasto, vicino al loro "accampamento", forsi attiratu dal miscuglio di sciauri scatenato dalle multipietanze che il quartettu aviva consumato fino  a quel momento, un poviru figghioleddhu si avvicinò piano piano, curioso.
Beh, il povero bimbo era tuttu peddhi e ossa, gli si potevano contare le costole e quasi gli s'intravedevano gli organi interni: cori, ficutu e prumuni. Praticamente, 'stu poviru figghiu era 'na radiografia ch'i peri.

Il bimbo cercava di avvicinarsi ai Bonpisu i quali, se sulu l'avessero vardatu nta l'occhi, si sarebbero accorti che il piccolo era la personificazione della fame. Fami nira.
Il bambino affamato stava quasi per svenire e avvicinandosi a papà Bonpisu, in un'ultimo lampo di lucidità, pinsava: "Siti brutti, ma 'a fami l'aviti!"
Poi, con le ultime forze rimaste, riuscì a iapriri bucca e con un filu di sciatu, con un'espressioni che avrebbe ispirato la compassione pure di un pluriomicida, rivolto a Bonpisu padre  disse: "Avi tri iorna chi non mangiu!"

Bonpisu, dopo aver emesso un fragoroso rutto (signu che la digestioni era già cominciata), il cui rumore si confuse con quello delle onde che sbattevano lente, andando a morire sulla battigia, guardò il piccolo affamato e, battendogli una mano sulle fragili spalle chi quasi lo 'ncappottava, gli disse: "Bravu figghiu, bravu. T'u po' fari 'u bagnu!"

*Colui ch'è sazio non crede a colui che è digiuno

**N.B.: Un ringraziamento per lo spunto, come sempre, all'amico Leo per l'umorismo "calabritish".

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A La Rochelle PDF Stampa E-mail
Lunedì 19 Aprile 2010 05:44
Per chi considera la vita una frenetica rincorsa verso il successo, altra strada non potrà incrociare se non quella dell’autoeliminazione. Sarà stato il più ‘lento’ dei libri che sinora ho letto di Georges Simenon, ma Il Testamento Donadieu al momento decisivo ha saputo mostrare il valore dell’autore. Il motivo è semplice, Simenon ha rispettato il copione: personaggi femminili in apparenza deboli ma sempre determinanti; intrighi e tradimenti, critiche all’arrogante perbenismo di aristocrazia e borghesia; scene di omicidi e suicidi congeniate ad arte. Ritrovarsi in tutto ciò è sempre un piacere. Se poi il romanzo, come in questo caso, è ambientato nella regione francese di Poitou-Charentes, di fronte all’Oceano Atlantico, l’esperienza, seppur immaginaria, aiuta a distrarsi dalla meccanica quotidiana di una città come Roma.
A La Rochelle, il blasone della famiglia di armatori dei Donadieu è minacciato dalla misteriosa scomparsa del capofamiglia Oscar. È l’inizio della fine di una supremazia cittadina incontrastata da decenni. Philippe, ambizioso amante di Martine, una delle figlie di Oscar, capisce che è il momento di scoprire le carte e accaparrarsi l’intera posta in palio. Fugge con Martine, la sposa e la mette in cinta. La strada per lui si fa in discesa. Uno dietro l’altro si sbarazza dei concorrenti al tesoro dei Donadieu. Ma arrivato in cima alla scalata, crolla per mano della stessa Martine. La pistola è carica all’ora della resa dei conti. Un colpo e la storia e l’onore di una grande famiglia vengono macchiati per sempre dallo scandalo.

In aula non c’era nessuno della famiglia, eppure, per tutti quanti, i Donadieu erano presenti dietro a ogni persona, ogni parola, ogni domanda. Caso volle che quel giorno, dopo molte settimane di pioggia, un sole primaverile rischiarasse l’aula del tribunale, intiepidendone l’atmosfera

Georges Simenon
Il Testamento Donadieu
Biblioteca Adelphi 192
2008
pp. 393 - 20 euro

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L'OSPEDALE DI SCILLA SARA' CASA DELLA SALUTE PDF Stampa E-mail
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Lunedì 12 Aprile 2010 12:20
Novità per lo "Scillesi d'America".
Secondo quanto ha riportato il quotidiano "Calabria Ora" in un articolo del 26 marzo u.s., nel progetto di riconversione dei presidi ospedalieri esistenti in centri di assistenza primaria, rientra anche l'ospedale scillese.
Nonostante le previsioni della bozza del Piano Sanitario Regionale (che prevedeva a Scilla la sede di un centro di ricerca sulle cellule staminali), lo "Scillesi d'America" sarà più razionalmente trasformato in un così detto centro di primo intervento.
Secondo l'articolo ”Ai fondi per i nuovi presidi [quasi 200 mln -ndr] vanno aggiunti i 127 milioni di fondi europei per la realizzazione delle “Case della salute”, che sono in totale 10: Scalea, Cirò Marina, Mesoraca, Pizzo, Soriano, Chiaravalle, Taurianova, Oppido Mamertina, Siderno e Scilla
Tempi stretti per la loro riconversione: «In nove mesi - ha detto Graziano, che è anche commissario per le “Case della Salute” - abbiamo elaborato un progetto complessivo, pur tra le difficoltà legate alla discussione sul piano di rientro. La gara per le attrezzature parte subito perché le strutture esistono mentre la gara per le progettazioni definitiva ed esecutiva partirà nelle prossime settimane».

Sembrerebbe dunque scongiurato il pericolo di veder chiudere definitivamente il nosocomio scillese che, pur con la nuova denominazione, potrà comunque continuare ad espletare una funzione di primo piano a servizio della collettività.

Ecco cosa prevede l'Accordo integrativo sottoscritto tra il Governo e la Regione Calabria

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Quello che avrei voluto sentire PDF Stampa E-mail
Martedì 06 Aprile 2010 10:44
Ammetto di esserci cascato anch’io per un momento. Ieri, andando a leggere l’editoriale di Internazionale n. 840 firmato dal direttore Giovanni De Mauro, ho creduto per un minuto alle parole attribuite da una notizia Ansa al segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani. Peccato che la notizia era datata primo aprile e che, di conseguenza, altro non poteva essere se non un ben riuscito pesce d’aprile.
Ma il discorso ‘immaginato’ da De Mauro è quello che io, e credo tanti altri come me, non solo under 30 ma anche ex Pci e poi Pds e poi Ds e poi Pd, avrebbero voluto sentire da Bersani il giorno dopo gli schiaffi delle ultime elezioni regionali.
A me il Pd non piace, mi è bastato vederlo nascere e crescere nel mio paese e nella mia regione. Fossi costretto, forse lo voterei anche. Ma ci vuole decenza politica.
Ecco quello che avremmo dovuto sentire, e che invece puntualmente non abbiamo sentito.

“Anch’io, come Veltroni, getto la spugna. Non ce l’ho fatta. Mi dimetto. Però ho chiesto le dimissioni anche di tutto il gruppo dirigente del partito. È ora di lasciare spazio a una nuova generazione. A noi mancano le idee, non le persone: abbiamo centinaia di amministratori locali giovani, onesti e preparati che aspettano solo di mettere il loro entusiasmo al servizio del paese. Dobbiamo riaprire le sezioni, far tornare i cittadini, ricominciare a parlare con la gente. Abbiamo sbagliato a lasciare che la destra e il suo leader prendessero progressivamente il sopravvento: quando potevamo ancora fermarli, li abbiamo sottovalutati. È stata una sciocchezza. Abbiamo sbagliato a trascurare le vere emergenze nazionali: la lotta alla mafia e all’evasione fiscale, lo sviluppo del mezzogiorno, la scuola e l’università, la difesa dell’ambiente, una politica economica a favore delle donne e dei giovani. Per tutto questo vi chiedo scusa. Arrivederci”.

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