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Venduto al miglior offerente PDF Stampa E-mail
Lunedì 08 Marzo 2010 13:53
Sarò un illuso, ma continuo a credere che il fascino e il rigore della carta resisteranno ancora a lungo all’avanzata delle pubblicazioni on line. Lo so, i fatti danno ragione a chi sostiene l’esatto contrario, vale a dire che presto i quotidiani, ancor prima delle riviste periodiche, scompariranno a favore dei più velocemente fruibili articoli sul web. Il colpo di grazia mi arriva dalla notizia che ho letto stamattina, confesso, sulla rubrica “La cucina dei giornali” della Stampa.it. Il Los Angeles Times il 5 marzo ha piazzato in prima pagina il faccione del Cappellaio Matto-Johnny Depp, confezionando una mega marchetta del film Alice in wonderland di Tim Burton. Pazienza se la redazione ha dovuto tener testa alle migliaia di proteste dei fedeli lettori che, come ogni mattina, sul giornale si aspettavano le notizie, quelle vere. Meglio respirare con i 700mila dollari pagati dalla Walt Disney, piuttosto che sprofondare definitivamente nella crisi che ha portato la testata californiana a mandare a casa giornalisti importanti, diminuire i costi di produzione, tagliare il numero delle edizioni e la foliazione. Meglio? Dite?

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=275&ID_articolo=37&ID_sezione=632&sezione=

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Orologio da taschino PDF Stampa E-mail
Martedì 02 Marzo 2010 11:02
Roma è incerta in questa mattina di fine febbraio. Non sa se spogliarsi e abbandonarsi alla primavera, o restare ancora abbottonata, perché l’inverno, in fondo, da queste parti è comunque una stagione piacevole. Mi sono ritrovato per puro caso a guardare un film del quale la mia striminzita cultura cinematografica ignorava l’esistenza. Si chiama “Che ora è”, protagonisti sono Marcello Mastroianni, avvocato d’assalto, padre di Massimo Troisi, laureato in lettere, in servizio di leva a Civitavecchia, appassionato di libri, cose semplici e “vita manuale”. Il tempo scorre in questo film come le lancette di un vecchio orologio da taschino, forgiato in argento e con le istruzioni in francese all’interno. Ma l’orologio, che dal nonno ferroviere è passato prima al figlio e poi al nipote, non è solo un vecchio cimelio del quale custodire un caldo ricordo. È piuttosto la differenza tra due uomini che in realtà non si conoscono, e che trovano in una fosca giornata di tardo autunno l’onestà di guardarsi in faccia e dirsi pian piano delle verità. Così il padre comprende a fatica che al figlio non servono né un attico al centro di Roma, né una bella macchina, né una full immersion negli Stati Uniti per diventare un grande scrittore. E il figlio, non senza timori, spiega al padre tutte queste cose. È, quest’orologio, d’altronde, il punto di incontro tra due mondi lontani, il luogo in cui si eliminano due difficoltà: quella che un padre prova nel non capire il proprio figlio e, al contempo, quella che prova un figlio nel tentativo di mostrarsi diverso da come lo vorrebbe il proprio padre. “Abbiamo parlato di tutto pur di non parlare di niente”.

Che ora è
Ettore Scola
1989 - durata 95 minuti

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Avanti, Savoia! PDF Stampa E-mail
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Lunedì 22 Febbraio 2010 04:59
Non solo considerazioni musicali nel volgare dissenso nei confronti di Emanuele Filiberto di Savoia...

Scilla (Italia), 22 febbraio 2010

Il brano musicale non dispiace. Ha un che di melodico e di malinconico perfettamente in linea con una certa tradizione musicale e canzonettistica italiana. Ma il testo è banale, retorico. Per di più eseguito in maniera pessima (da parte di Savoia), mediocre (Pupo-Ghinazzi) o inutilmente lirica (Canonici)...
Eppure c'è qualcosa che non mi convince. Non credo, infatti, che fossero esclusivamente musicali o letterari i motivi del rumoroso (e, a mio parere, gratuitamente livoroso e volgare) dissenso espresso da larghi settori del pubblico del teatro "Ariston" di San Remo già da prima della prima esibizione del singolare terzetto e diventato vera e propria rivolta, per fortuna soltanto vocale, al momento del conferimento - per decreto telefonico-popolare - ad Italia amore mio del secondo posto. I sedicenti maestri dell'orchestra, poi, avrebbero meritato ben altro rimprovero dalla mite e gentile conduttrice Antonella Clerici: se il brano ghinazziano-sabaudo rappresentava un così insopportabile affronto a tutto quello che hanno studiato e per il quale sono stati ingaggiati, avrebbero fatto meglio a rifiutarsi fin dalla prima sera ad eseguire il brano e non protestare in maniera così clamorosa come il bambino che prima fornisce il pallone e poi lo ritira bruscamente quando si accorge di essere stato inserito nella squadra perdente...
Ma nel dissenso del pubblico in sala e nei commenti di certi osservatori io credo di aver visto ben altro che una serena, sia pur severa, critica musicale-letteraria. I fischiatori e gli urlatori - anche a mezzo microfono o penna - sono quelli che non ritengono possibile dedicare alla Patria, questa parola ricca di significati molteplici e contrastanti e spesso strumentalizzata, una sincera e disinteressata lettera d'amore. Non accettano, costoro, l'idea che il secondo discendente dell'ultimo re d'Italia abbia veramente e profondamente sofferto per l'impossibilità d'entrare e soggiornare, fin dalla nascita, nel suo Paese. I meno ignoranti forse addirittura ritengono che su Emanuele Filiberto di Savoia ricada, in qualche modo, una qualche responsabilità del fatto che il bisnonno avesse nominato, cinquant'anni prima della sua nascita!, Benito Mussolini presidente del Consiglio dei ministri!...
C'è, in quei fischi e in quelle urla, l'intima convinzione che dell'Italia non si debba parlare se non per denunciarne i difetti e se proprio questa parola deve suscitare un qualche entusiasmo dev'essere esclusivamente perché associata al nome di una squadra di calcio. Si pensa che il patriottismo sia un atteggiamento provinciale quando invece è proprio questa idiosincrasia per tutto ciò che sa di gratuito omaggio all'identità nazionale ad essere insopportabilmente provinciale. Perché ogni Paese che si consideri e sia considerato moderno ed esemplare nutre un sano e sempre rinnovato rapporto con i propri simboli, i tratti fondamentali della propria cultura, le date che hanno segnato i passaggi cruciali della propria storia senza farne un uso distorto e di parte com'è stato abituale, fino a pochi anni fa, in Italia...
Savoia non ha mai detto, infatti, d'aver scritto una bella canzone ma solo una "lettera d'amore" all'Italia. E "l'Italia", cioè il "popolo", cioè il pubblico dei televotanti, ha ricambiato.
La pretesa di vedere nella classifica sanremese una perfetta proiezione della "gerarchia dei valori musicali" dei brani presentati soltanto molto raramente è stata soddisfatta, e non soltanto da quando è stato introdotto il "televoto" come canale privilegiato di giudizio.
Plaudo, dunque, a questo secondo posto, dedicando un pensiero ad altri due "patrioti canterini", spesso fatti oggetto di gratuito e volgare scherno anche per questo. Toto Cutugno, quinto posto ma campione di vendite nel 1983 con L'italiano, che pare abbia felicemente superato un non facile periodo per la sua salute. E, in particolare, il dolcissimo mio conterraneo Mino Reitano, sesto posto nell'88 con Italia, che, purtroppo, non ha avuto la stessa fortuna di Cutugno, spegnendosi, dopo lunga malattia, circa un anno fa.

Giovanni Panuccio
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Solipsismi: n.2 - Scilla 2130 PDF Stampa E-mail
Scritto da Totì   
Venerdì 12 Febbraio 2010 00:00

Solipsismi - Scilla 2130

exit

L’ultimo carico era finalmente pronto. Gli ultimi ottanta uomini. Poi l’evacuazione sarebbe finalmente finita. Gli ultimi ottanta su una popolazione di 15 mila persone. Il tenente Brambi poteva essere soddisfatto. Usando le maniere spicce - anche se mai era stato necessario ricorrere alla violenza - era riuscito a deportare un intero paese in soli due giorni. Avrebbe ottenuto di certo un riconoscimento, una medaglia forse. Ora si asciugava la fronte soddisfatto, dando al contempo sguardi di apprezzamento ai suoi uomini.


Foto: "Exit" dal Sito:
http://www.sofra.it

 

Poteva finalmente pranzare decentemente e senza fretta, alla mensa degli ufficiali allestita vicino al comando delle operazioni, nello spiazzo davanti a quella che era l’antica Salerno-Reggio Calabria.

Era stato facile, tutto sommato. Non c’erano state proteste o resistenze eccessive. Tutti in fila ordinati e soprattutto ubbidienti. Ciò che per il tenente era difficile da capire era proprio quella remissività, quegli uomini che andavano incontro all’esilio forzato senza urlare, senza dimenarsi. Si preoccupavano solamente che i loro rispettivi congiunti - donne, bambini e anziani - fossero trattati a modo. Per il resto salivano sui camion tranquilli e senza nessuna animosità nei confronti dei soldati.
Brambi il primo giorno non ci fece caso. Ma ora che il suo lavoro era finito non poté fare a meno di pensarci. Li stavano portando via da tutto, per sempre, non avrebbero mai più visto quel luogo, quel mare, quelle colline basse. Eppure non c’erano state lacrime, non c’era stata nostalgia, ma calma e tacita accettazione.
Terminato il pranzo, Brambi decise di fare un giro per le stradine sconnesse del paese. Voleva controllare che non ci fosse più davvero nessuno. Era un eccesso di zelo, lo sapeva, ma in realtà l’intenzione era di fare quattro passi per stare un po’ lontano dagli schiamazzi dei suoi militari e dalla birra versata per festeggiare la fine della deportazione. Camminava e guardava le case diroccate, le finestre di legno tutte crepate, i piccoli orti disseminati qua e là completamente abbandonati. Quando arrivò in piazza Repubblica popolare di Scilla, la piccola vastità del luogo e la brezza che arrivava dal mare agitato lo fecero sentire bene. Provò per un attimo la sensazione di essere il padrone di quella scena, di quella meravigliosa culla dalla quale vedere dall’alto in basso tutta la Sicilia, lo Stretto, la rupe.
Gli alti comandi avevano progettato un bombardamento per costringere gli abitanti alla resa, ma non ce n’era stato bisogno. Avevano accettato la prigionia e l’esilio senza combattere, semplicemente tendendo le mani al ferro delle manette.
Il tenente sapeva che in determinati periodi da dove si trovava lui era anche possibile ammirare Stromboli, Vulcano, Lipari. O gustare dei tramonti come tuorli d’uova perfetti. Oggi all’orizzonte si imponevano però solo le nuvole grigie. La pioggia stava per arrivare. Ma l’ufficiale decise di proseguire comunque verso la parte bassa del paese.
Il silenzio dei vicoli, rotto solo dal turbinio dei marosi, gli procurava una quasi dimenticata serenità. Come si poteva abbandonare senza lottare un posto così? Capì che la risposta di un lumbard come lui poteva essere lontana dalla comprensione reale delle cose.
Arrivato nell’antico borgo semisommerso di Chianalea, trovò un sedile in marmo, dalla cui prospettiva poteva scorgere i resti dell’antico porto della città. Sarebbe stato molto più semplice caricare tutti su una nave e portarli via, pensò. Ma da quando u Principali aveva disposto la distruzione delle banchine nessuno le aveva più ricostruite.

muro difesaEra il 2083 quando venne dato l’ordine. La costruzione della muraglia iniziò due anni dopo. Era l’opera più costosa della storia di Scilla che, una volta ultimata quattro anni più tardi, isolò il piccolo paese del Tirreno dal resto della Newcalabria e dal resto del mondo. Ma l’isolamento non fu subito totale.
Fu u Principalinu, figlio e successore di diritto del Mammasindaco, ad attuare delle misure più estreme. Con ordinanza comunale approvata da un’unanimità prigioniera, sequestrò per mezzo delle sue squadre di strazzagiacchi tutti i telefoni cellulari, proibendone categoricamente i nuovi acquisti e chiudendo l’unico rivenditore della città. Qualche settimana più tardi fu la volta dei palmari e di tutti i dispositivi che davano accesso alla newnet. Fece saltare in aria lo sbocco della A3 e piazzò le sue milizie, i liccaculi, in tutti quei  punti nei quali il muro non dava buona protezione dalle incursioni esterne.

Foto: "Muro09" dal Sito: http://www.guardacon.me

Per tutto il tempo in cui i mammasindaci operarono alla sparizione della città, gli scillesi continuarono come se nulla fosse la loro esistenza quotidiana. Certo, le abitudini dovettero cambiare e qualche timida protesta si alzò durante le riunioni mensili nelle quali i gerarchi del regime popolare incontravano il loro popolo e ascoltavano i suoi bisogni. Ma a nessuno conveniva ribellarsi più di tanto. Il comunato dispotico aveva dato loro un lavoro, una casa. Spesso posizioni di rispetto all’interno del palazzo del potere sindacale. Quando si aveva coscienza del progressivo ed inesorabile decadimento civile e democratico - e non sempre questo avveniva - si allontanava il pensiero valutando i pro e i contro, le possibili sconvenienze e le probabili ritorsioni. Con il beneplacito di questa ignavia, il regime riuscì con facilità nei suoi propositi, e ben presto Scilla divenne un’enclave autonoma e indipendente nella punta della Calabria, staccandosi così dal resto dell’Italia e dalla confederazione europea dei cinquanta stati. Un’isola circondata dalla terra e dal mare, i cui abitanti non potevano, né in fondo volevano, dare segni della loro presenza nel mondo.
La politica nazionale inizialmente sottovalutò e poi colpevolmente permise l’indipendentismo scillese. Quando il governo moderato del 2103 finalmente decise di agire e di ristabilire l’unità territoriale nazionale, ci si rese conto ben presto che sarebbe stato necessario l’uso della forza. Non tanto contro l’imbelle governo autoritario scillese, quanto contro il suo potente e ambiguo protettore: il movimento politico-militare dei tre cavalieri spagnoli. Favorendo la politica illiberale del governo locale, il movimento mirava a far scomparire Scilla dalle cartine geografiche, in modo da favorire l’ascesa turistica e commerciale di altre realtà regionali più direttamente sotto il controllo dei tre cavalieri.
Fu soltanto nel 2128 che il nuovo governo reazionario centrale trovò un accordo con i cavalieri. Si sarebbe ristabilita l’unità e abbattuto il muro, e proprio i cavalieri avrebbero preso il controllo politico ed economico di Scilla. Ma il piano poteva essere attuato solo a condizione che i cittadini scillesi – accusati senza distinzioni di favorire e appoggiare il regime comunale – fossero tutti deportati a vita a Lampedusa, nell’isola formicaio dove il governo centrale aveva trasferito tutti gli immigrati africani presenti sul territorio nazionale.
Lì seduto, il tenente Brambi pensò a tutto questo. Era soddisfatto del lavoro che aveva fatto e presto sarebbe ritornato a casa, da moglie e figlia. Fu proprio l’immagine delle sue donne ad immedesimarlo nelle scene degli ultimi due giorni. “E se fosse capitato a me?”, si chiese. Era sicuro che si sarebbe battuto, che avrebbe lottato anche a costo della vita pur di non abbandonare la terra dei suoi padri, il luogo in cui aveva lavorato e per cui si era impegnato, affinchè la figlia e i suoi nipoti potessero viverci bene e impegnarsi a loro volta. Qui era stato diverso, e ancora non gli riusciva di capire.
Si alzò. L’aria era tutt’a un tratto diventata pungente. Abbottonò la giacca e mise su il cappello da ufficiale. Guardò ancora verso il porto, e poi subito dopo le poche case che non erano ancora state completamente avvolte dal mare. “Eppure c’è tanta di quella magia – pensò – c’è così tanta poesia”.

Totì

 

 
L'uomo in più PDF Stampa E-mail
Mercoledì 10 Febbraio 2010 09:50
Per un uomo scoprire di voler fare a tutti i costi una cosa e non poterla fare, equivale a un suicidio. Che te la neghi il sistema o un tuo errore, che magari, fottendotene un po’ meno, avresti potuto evitare, fa lo stesso. Che si tratti di fare l’allenatore o il cantante fa lo stesso. Se te lo vietano o sopravvivi, con dentro un rimorso che non potrai più leverarti di dosso, oppure muori. La prima sorte tocca ad Antonio Pisapia, cantante in ascesa stroncato dallo scandalo di un rapporto sessuale con una minorenne. La seconda tocca ad Antonio Pisapia, calciatore brillante prima, e allenatore mancato poi. Il cantante finisce in galera e, da dietro le sbarre, trova ancora la forza di sorridere. Il calciatore si spara in mezzo a un campo di calcio di periferia. Lui la forza di andare avanti, vivo ma non a testa alta come avrebbe voluto, non l’ha avuta. L’uomo in più non è questa forza, ma il destino che guida la vita di ogni singolo uomo. Il film, bellissimo, ambientato in una Napoli ora trionfale ora spietata degli anni ’80, è girato da Paolo Sorrentino.

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La fermezza dei giusti PDF Stampa E-mail
Mercoledì 10 Febbraio 2010 09:50
Mia madre non faceva che ripetere: – È come l’Affar Dreyfus!
Poi, una sera, mio padre ritornò a casa. Era senza cravatta, e senza lacci di scarpe, perché in carcere li toglievano. Aveva, sotto il braccio, un fagotto di biancheria sporca, incartata in un foglio di giornale; aveva la barba lunga, ed era tutto contento d’essere stato in prigione.
[...] Poi anche Gino fu liberato. E mia madre disse:
– Ora si ricomincia con la vita noiosa!


Poco prima di rientrare a Roma, una ventina di giorni fa, ho rubato dagli scaffali di casa un libro lasciato lì così, senza destinazione. Quando ho iniziato a leggere Lessico famigliare di Natalia Ginzburg non vi ho riposto alcuna aspettativa. Oggi, le 212 pagine di questo romanzo mi hanno sorpreso. Definirei la storia che c’è dentro un vero e proprio manuale di sopravvivenza di una famiglia ebraica, socialista e antifascista di Torino, vissuta ai tempi in cui Mussolini cominciava a diventare una persona importante nel nostro rintontito Paese. Ciò che mi ha colpito di più è la fierezza con cui queste persone hanno affrontato, giorno per giorno, la loro lenta ascesa al cospetto del sempre più grasso carro dei vincitori. È l’ostinazione del capofamiglia, in particolare, ad entusiasmarmi. Uomo di scienza, tiene su la baracca con austerità, mentre il vuoto attorno a lui, e a quei pochi rimasti come lui, si dilata. Uno dopo l’altro vede allontanarsi i suoi figli. Sarà più fiero di quelli arrestati o costretti al confino o, addirittura, all’espatrio. E lo farà sempre con la fermezza di chi è convinto di essere dalla parte del giusto.

Natalia Ginzburg
Lesico famigliare
Einaudi Tascabili. Letteratura 629
1999
pp. 212 - 7,70 euro

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Diamo un nome alle cose PDF Stampa E-mail
Mercoledì 10 Febbraio 2010 09:50
Dal 7 gennaio ad oggi ognuno di noi avrà letto decine di articoli su ciò che è accaduto a Rosarno nelle ore caotiche della ‘notte delle arance’. A parte il censurabile Maroni; a parte Bersani, sbiadito come il suo partito; a parte Saviano, silenzioso, puntuale e lucido nell’analisi del caso; a parte i coraggiosi veri, quelli dell’associazione “Gli Africani salveranno Rosarno”; a parte che quello che accade nella Piana di Gioia Tauro lo sanno tutti da almeno un decennio; a parte tutto, insomma, sarebbe meglio ascoltare la voce di chi sa perché vive il quotidiano di questa realtà nella veste duplice di straniero e calabrese. Gli stralci che riporto appartengono a un intervento pubblicato sull’ultimo numero di Internazionale n.829 a pagina 19. L’autrice è Geneviève Makaping, giornalista e antropologa camerunese residente in Calabria da oltre trent’anni. Il titolo è quello che avrebbero dovuto scrivere a caratteri cubitali tutti i quotidiani nazionali in questi giorni: “Chiamare i mafiosi per nome”.

Vivo in Calabria da più di trent’anni e in questa terra mi ci rispecchio. Rosarno, come la Calabria, non è tutta razzista. Per colpa di alcuni prepotenti non si può “marchiare” un’intera regione. Ma bisogna chiamare i mafiosi con il loro nome. Il comune di Rosarno è stato commissariato nel 2008 per infiltrazioni mafiose ed è difficile che duemila migranti possano invadere una cittadina di 15mila abitanti. Ancora una volta la questione dell’immigrazione è stata presentata dai politici come un problema di sicurezza. Da immigrata, ma soprattutto da calabrese, mi sono sentita insultata dalle osservazioni del ministro dell’interno Roberto Maroni, secondo il quale la rivolta di Rosarno è colpa dei calabresi che sono stati troppo tolleranti con i clandestini. Cosa avremmo dovuto fare? Noi non buttiamo in mare nessuno e non spariamo. E poi chi sono i “clandestini”? Alcuni sono in attesa del permesso di soggiorno, altri hanno chiesto l’asilo politico. Sono persone ch puntualmente, una volta finita la stagione di raccolta degli agrumi, tornano per strada. Alcuni spacciano droga ma, accanto a loro, ci sono milioni di immigrati che danno il loro contributo al pil nazionale. Sono artefici della ricchezza materiale dell’Italia ma anche di quella immateriale, garantendo una diversità culturale di usi e costumi. A Rosarno abbiamo perso una buona occasione. Siamo scesi in piazz solo per dire che non siamo razzisti invece di urlare agli sfruttatori ch devono lasciare la Calabria.

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Swap Party, il baratto diventa chic PDF Stampa E-mail
Mercoledì 10 Febbraio 2010 09:50
Chissà quante di noi al momento del cambio di stagione si sono ritrovate sommerse da chili di abiti o accessori inutilizzabili, per così dire. Ci sono le fortunate che hanno perso peso, quelle che, ahimè, lo hanno preso e poi colori e tagli inattuali e, soprattutto, l’abitudine che ci fa apparire tutto vecchio e superato. Come fare, allora, per evitare che la sete di novità prosciughi il conto in banca? Ecco la nuova moda per quello che non sembra più di moda: lo Swap Party. Il termine deriva dall’inglese “swap” che indica l’usanza, antica ed evidentemente mai desueta, del baratto. Lo Swap Party è una festa dove si scambiano capi d’abbigliamento, oggetti, accessori e anche complementi d’arredo, ovviamente, in buone condizioni. Se è vero che l’erba del vicino è sempre più verde, che la borsetta dell’amica è sempre più bella e che lo scambio di abiti e accessori è la prima vera prova d’amicizia tra adolescenti, allora lo swap party non fa altro che suggellare la dignità di questa pratica. Lo Swap Party è l’ultima tendenza in fatto di moda, nasce a Manhattan e approda in Europa, inizialmente nelle case per animare le feste tra amiche. Oggi rappresenta il nuovo momento glamour per fashion victim nei locali più in delle grandi città. Gli Swap Party ormai sono veri e propri eventi mondani, organizzati in location suggestive con ospiti d’eccezione, buffet, musica. Gli appuntamenti si moltiplicano. A settembre a Milano il primo Urban Swap Party che ha coinvolto anche il Just Cavalli Cafè ai piedi della Torre Branca, mentre nelle scorse settimane gli eventi voluti dallo Swap Club Italia a Bologna e alla Casina Valadier di Roma. Nuovi appuntamenti sono in programma a Firenze e Torino. Per chi non ama i locali trendy o preferisce swappare comodamente da casa, lo shopping è anche online su www.swapstyle.com. Invece, per gli inguaribili romantici e irriducibili sostenitori del tradizionale format dello shopping in boutique nascono gli Swap Shop. Le location dedicate allo swapping sono “l’Atelier del Riciclo Swap Boutique” di Milano, associazione di promozione sociale fondata dalla giornalista Grazia Pallagrosi, e la romana “Barattiamo?” di recente apertura. In questi negozi non si fa uso di moneta o carta di credito, la merce esposta è suddivisa in classi in base al prezzo, alla fattura, al taglio e per ogni vestito o accessorio scambiato è possibile portarne a casa un altro di pari valore. L’unica condizione imprescindibile per lo scambio è la qualità, si swappano solo vestiti di ottima fattura, non danneggiati né fuori moda. Lo logica dello scambio non vuole e non deve essere la rottamazione di capi vecchi e consunti, ma piuttosto il recupero e il ri-uso intelligente di tutti quegli indumenti semi-nuovi che giacciono dimenticati nei nostri guardaroba. La moda non è sinonimo di superficialità e le nuove tendenze del lifestyle lo dimostrano, etica e glamour si incontrano agli Swap Party per dare vita a nuove e divertenti forme di consumo responsabile.

di Valentina Bellantone
http://www.luxrevolution.com/style/swap-party-il-baratto-diventa-chic-41540.htm

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Nonostante le tante letture PDF Stampa E-mail
Mercoledì 10 Febbraio 2010 09:50
Come un cane che piscia il proprio territorio, stamattina ho marcato la mia presenza nel quartiere dove ho preso da poco sistemazione. Sinora del posto conoscevo solo la vita notturna. Adesso so che c’è anche un edicolante poco garbato (pazienza) e un bar con caffè discreto e cornetti pessimi. Prima notte avara di emozioni a San Lorenzo, se non per la lettura piacevole di un libricino di 66 pagine, Una storia semplice di Leonardo Sciascia. Nel paesino di Monterosso l’euforia per la festa di San Giuseppe viene interrotta da uno strano avvenimento. Il diplomatico Giorgio Roccella viene trovato senza vita nella sua abitazione di campagna, da tempo in disuso. I gerarchi del commissariato locale spingono per il suicidio e la chiusura del caso. Ma alla fine ad averla vinta è il brigadiere che per primo si era recato sul luogo del delitto. È dal basso che viene la giustizia. Bello, in particolare, un passaggio a pagina 15, che poco ha a che fare con la trama, ma che lunga la dice sul conto dell’autore.

Dati quegli ordini, e continuando a dire all’agente che era rimasto con lui di non toccar nulla, il brigadiere cominciò a fare il suo lavoro di osservazione, in funzione del rapporto scritto che gli toccava poi fare: compito piuttosto ingrato sempre, i suoi anni di scuola e le sue non frequenti letture non bastando a metterlo in confidenza con l’italiano. Ma, curiosamente, il fatto di dover scrivere delle cose che vedeva, la preoccupazione, l’angoscia quasi, dava alla sua mente una capacità di selezione, di scelta, di essenzialità per cui sensato ed acuto finiva con l’essere quel che poi nella rete dello scrivere restava. Così è forse degli scrittori italiani del meridione, siciliani in specie: nonostante il liceo, l’università e le tante letture.

Una storia semplice
Leonardo Sciascia
Picciola Biblioteca Adelphi - 2004
pp. 66 - 7,50 euro

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Quando è giusta la distanza PDF Stampa E-mail
Mercoledì 10 Febbraio 2010 09:50
Il grigiore del mio paese e la pioggia che, nel silenzio, si è ripresa lo spazio che le competeva in dicembre, mi hanno reso un cinefilo amatoriale del periodo natalizio. L’altro ieri un buon consiglio mi ha portato a vedere La giusta distanza di Carlo Mazzacurati (durata 106 min., 2007). Nella cittadina di Concadalbero, alle foci del Po, le vite di Hassan, meccanico tunisino, e Giovanni, cronista in erba per “Il Resto del Carlino”, assumono una fisionomia definitiva con l’arrivo di Mara, giovane e bella professoressa proveniente dalla città. Mara viene ammazzata la notte prima della sua partenza per il Brasile. Hassan, il suo amante, è il primo indiziato. In carcere non regge all’ingiustizia e si suicida. Giovanni aveva imparato a conoscerli entrambi. Con coraggio decide di andare oltre quella giusta distanza al cui rispetto lo avevo raccomandatato il direttore del suo giornale, perché solo così avrebbe potuto esercitare in maniera professionale il compito del giornalista. Giovanni indaga, scopre il carnefice e rende dignità al ricordo dei due giovani amanti. Cosa si porti con sé questo film è chiaro. Uno. Siamo un Paese lesto a puntare il dito contro il ‘diverso’. Due. Oltrepassare quella giusta distanza nella trincea dell’informazione rappresenta, oggi come ieri, un gesto spesso obbligato. Mestiere difficile quello del cronista.

Giovanni: “Mi hanno pubblicato quattro pezzi sull’edizione nazionale. Ho avuto i complimenti di tutti, tranne che dei miei compaesani. Dicono che l’ho fatto per la carriera. Se avessi mantenuto la giusta distanza, se non mi fossi fatto coinvolgere, Hassan sarebbe ancora per tutti un assassino e io non starei andando a Milano a lavorare per un giornale importante. Non ho ancora un contratto, ho affittato una stanza nel quartiere più brutto d’Italia. Ma è la mia nuova vita e comincia da qui”.


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Fare rete prima dei network PDF Stampa E-mail
Mercoledì 10 Febbraio 2010 09:50
Cosa hanno in comune Frida Kahlo, Peggy Guggenheim, Elena Rubinstein e Amy Winehouse?
Di Frida Kahlo conosciamo il talento artistico e lo spirito indipendente e passionale. Attivista del partito comunista messicano, fu pittrice dalla vita quanto mai travagliata. Le cronache ci raccontano della storia d’amore con Diego Rivera e dei numerosi amanti, dal rivoluzionario russo Lev Trotsky , al poeta André Breton e Tina Modotti, militante comunista e fotografa nel Messico degli anni Venti.
Altrettanto affascinante è la figura di Peggy Guggenheim (in foto). A Parigi, giovanissima, viene contagiata dalla passione per l’arte moderna e nel 1938 apre la sua prima galleria a Londra, la Guggenheim Jeune, dove allestisce le mostre dei migliori giovani artisti del momento, da Picasso a Magritte e Miró. Donna complessa, anarchica, nella sua vita la ricerca della libertà, l’arte, le amicizie e gli amori si intrecciano in una trama seducente.
Anche la vita di Elena Rubinstein, “l’imperatrice della bellezza”, come la definiva Jean Cocteau, è per certi versi una di quelle storie da romanzo o da film. Donna forte, bellissima e raffinata, ha saputo fare delle proprie virtù, unite a una certa spregiudicatezza nel mondo degli affari, un marchio capace di imporsi sulle scene del mercato mondiale della cosmesi.
Che dire poi di Amy Winehouse. Tutti ricordano il singolo Rehab, diventato in poche settimane un tormentone mondiale, e le notti brave a Candem Town ricostruite dai tabloid londinesi. Ribelle e spregiudicata, nel fisico e nello spirito, è entrata nell’immaginario collettivo come icona del London Street Fashion.Tutte queste donne, così diverse e così distanti, nel tempo e nello spazio, hanno qualcosa in comune, l’essere ebree. Questo, e tanto altro, è oggetto della mostra “Il network prima di internet. Personaggi e documenti, visioni e suoni della modernità ebraica nel tempo” allestita fino al 6 gennaio 2010 alla Biblioteca Sala Borsa di Bologna. Lontana dalla tematica dell’olocausto, che tradizionalmente accompagna i racconti sulla cultura ebraica, la mostra è un viaggio suggestivo nelle storie e nelle avventure di uomini e donne diversi e lontani, ma accomunati dall’essere ebrei. La forza di questo popolo è stata per secoli la capacità di “fare rete”, di riuscire ad aggregare pensieri, concetti e intuizioni, anticipando le tendenze della moderna società globalizzata, l’essere in grado, vale a dire, di creare una sorta di network ante litteram, il network prima di internet appunto. Questo spirito trova espressione in un linguaggio che assume le sembianze di piattaforma artistica ibrida, in cui il materiale multimediale, quello grafico e librario raggiungono un perfetto equilibrio. La prima sezione ospita un video multimediale, che con ritmo veloce catapulta lo spettatore attraverso le vite di personaggi simbolo suddivisi in 5 diverse categorie tematiche. Per fare qualche esempio, Dona Gracia Mendes Nasi, Peggy Guggenheim e Nadine Gordimer, introducono le “figure femminili di successo legate alla difesa dei diritti delle minoranze, alla critica dei modelli esistenti, alla lotta per l’emancipazione femminile”. I “personaggi che hanno dato un contributo di rilievo nella cultura, nella politica e nell’economia del loro paese” sono rappresentati da Bob Dylan, all’anagrafe Robert Allen Zimmerman, che con la sua musica sfidò le convenzioni della musica pop, e Levi Strauss che con i suoi jeans determinò una delle più prepotenti rivoluzioni di costume. La sperimentazione del linguaggio creativo si spinge fino alle “Interviste impossibili” dove passato e presente si fondono e si confondono in un improbabile chat tra un adolescente e i cinque testimonial scelti. Colori vivaci, immagini provocatorie, suoni e musiche accattivanti, la mostra osa un nuovo modo di guardare alla cultura ebraica che, come ogni visione nuova, regala un’occasione di conoscenza e di crescita.

di Valentina Bellantone
articolo pubblicato su http://www.luxrevolution.com/living/arte/peggy-guggenheim-e-amy-winehouse-cosa-hanno-in-comune-lo-svela-una-mostra-41196.html

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Nausea PDF Stampa E-mail
Mercoledì 10 Febbraio 2010 09:50
Quando un libro riesce a tirarti fuori da un periodo di disarmante apatia. A La nausea di Jean-Paul Sartre riconosco questo potere. Stanco delle trame cui mi aveva abituato Simenon (Il testamento Donadieu è fermo da un mese a pagina 104), ho trovato in questo testo un eccellente compagno di lettura. Mea culpa per esserci arrivato alla tarda età di 26 anni. Del protagonista, Antonio Roquentin, mi affascina ogni aspetto. Rintanato per troppo tempo nella quotidianità ordinaria della piccola Bouville, Roquentin è alla ricerca perenne di qualcosa. Ma cosa, di preciso? Anny, che lo ha abbandonato da anni? Una vittoria concettuale sul dogmatismo umanitario dell’Autodidatta? La stesura definitiva di un’opera storica sul marchese di Rollebon? Niente di tutto ciò, in realtà. È piuttosto il vagare, il fluttuare in questa perenne sensazione di nausea, di ripudio e, al contempo, di chirurgica analisi dell’esistenza, a trascinarlo, a tenerlo in vita. Nel suo peregrinare non c’è nessun finale. È piuttosto la visione che ha del reale a permettergli, nei momenti di massimo estraniamento, di toccare la vera essenza delle cose. La nausea come stato d’essere, da cui Roquentin riesce a districarsi solo all’ascolto del motivo di un pezzo jazz, Some of these days, you’ll miss me honey (Qualcuno di questi giorni, io ti mancherò cara).

Diario
Lunedì, 29 gennaio 1932

M’è accaduto qualcosa, non posso più dubitarne. È sorta in me come una malattia, non come una certezza ordinaria, non come un’evidenza. S’è insinuata subdolamente, a poco a poco; mi son sentito un po’ strano, un po’ impacciato, ecco tutto. Una volta installata non s’è più mossa, è rimasta cheta, ed io ho potuto persuadermi che non avevo nulla, ch’era un falso allarme. Ma ecco che ora si espande.
Jean-Paul Sartre
La nausea
Einaudi
ET Scrittori
pp. 238 - 11 euro

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L'anima ai signori delle arance PDF Stampa E-mail
Mercoledì 10 Febbraio 2010 09:50
Dodici ore di lavoro per poco più di venticinque euro: tanto vale un africano assoldato dai signori delle arance. Ma nella Piana di Gioia Tauro, il fulcro del mercato calabrese degli agrumi, c’è chi si ostina a non ascoltare i richiami all’ordine.

Mattoni e cemento. Siamo nella Piana di Gioia Tauro, provincia di Reggio Calabria, il nocciolo della raccolta delle arance per il mercato calabrese. Qui, nella cartiera dismessa di San Ferdinando, il 2 settembre scorso i Commissari Prefittizi del Comune hanno dato disposizione a sbarrare l’accesso all’ex fabbrica Modul System per l’inagibilità del sito. Una giornata di lavoro pagata a un manovale e la pratica della Cartiera è stata archiviata. Questa è la Piana, così le istituzioni attuano la loro politica di integrazione degli oltre duemila africani che sbarcano in Calabria per la stagione degli agrumi. Ma i mattoni e il cemento altro non rappresentano se non l’ultimo degli schiaffi presi in pieno volto da questo popolo. Nel triangolo della manifesta illegalità, tra i campi di Rosarno, San Ferdinando e Rizziconi, nei luoghi della vergogna della Cartiera, della Rognetta e della Collina, ciclicamente, tra novembre e febbraio, un intero flusso migratorio proveniente dall’Africa sub-sahariana e occidentale viene dirottato verso la schiavitù che si perpetua alla luce del giorno. Sono ghanesi, marocchini, ivoriani, maliani, sudanesi. Il loro percorso è fatto di sofferenze atroci, patite prima nei porti d’imbarco della Libia, dell’Algeria e della Tunisia, e successivamente nel quotidiano di una terra che li ‘ospita’ solo per darli in pasto alla massacrante manodopera dei campi. Sveglia alle quattro del mattino, adunata nelle piazze e negli incroci dei paesi, dodici ore di lavoro per una paga massima di venticinque euro. Guai ad alzare la testa al cospetto delle cosche mafiose che controllano il sistema. Due ragazzi ivoriani lo sanno bene. Nel dicembre del 2008 avevano provato a reagire al racket delle braccia. Gli hanno sparato, fortunatamente solo ferendoli. Nessun margine per il dialogo, ma la protesta versatasi nelle strade nei giorni che hanno seguito l’attentato ha costretto la politica a fare qualcosa. La Regione Calabria ha confezionato un intervento umanitario coinvolgendo la protezione civile, la Croce Rossa e la Prefettura di Reggio Calabria e varando un ddl in materia di accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Dei cinquantamila euro stanziati, sinora ne sono stati spesi quindicimila per l’insediamento di bagni chimici alla Cartiera e alla Rognetta, per la bonifica dei siti e per due cisterne da quattromila litri alla Collina, tra Rosarno e Rizziconi. Ma i casolari fatiscenti dove trova alloggio buona parte di questa gente non sono cambiati affatto: mancanza di acqua potabile, di luce e gas, tutela delle basilari condizioni igienico-sanitarie praticamente inesistente, mentre ancora non si sa come verrà impiegata la restante parte dei fondi, considerato l’immobilismo cronico dei comuni interessati che non hanno rendicontato le spese sostenute, passaggio necessario per poter accedere all’erogazione delle tranche successive. Intanto la violenza continua a fare il suo corso. Il 19 luglio è scoppiato un incendio alla Cartiera di San Ferdinando. I circa cinquanta ragazzi che ci abitavano hanno trovato riparo in alloggi di fortuna. Sono testimoni del ritardo eccessivo dei soccorsi e poco convinti che il Comune di Rosarno costruirà delle aree ad hoc come promesso. Quello che si sa di queste storie lo si deve a chi, incurante dei rischi e dei richiami all’ordine, prosegue convinto per la strada dell’informazione. Dopo il ferimento dei due giovani ivoriani, nel dicembre scorso è nato l’Osservatorio Migranti. «Abbiamo fondato l’Osservatorio – afferma Giuseppe Pugliese, membro del direttivo – il giorno stesso della pacifica e civile manifestazione degli africani di Rosarno. Contemporaneamente abbiamo fondato un sito internet, www.africalabria.org, e un gruppo su facebook che abbiamo chiamato “Gi africani salveranno Rosarno”. Il nome potrebbe sembrare provocatorio, ma non lo è affatto, vista la dimostrazione di civiltà e legalità che hanno dato alla città e a tutto il paese: semplicemente si sono ripresi lo spazio che insensibilità e ignoranza quotidianamente gli negano, ma soprattutto hanno fatto una manifestazione a seguito di un episodio delittuoso verificatosi in un contesto criminal-mafioso, mettendo in atto una vera e propria processione verso la caserma dei carabinieri di Gioia Tauro per rilasciare dichiarazioni spontanee con le quali hanno contribuito all’individuazione del presunto aggressore. Un vero e proprio movimento antimafia, quindi, in una terra dove l’inaccettabile è diventato ormai consueto». Ce ne vuole di coraggio per stare nel mezzo, quando anche gli occhi di parte della società civile preferiscono guardare a terra piuttosto che incrociare la realtà. Il razzismo mafioso e il silenzio che persistono da almeno quindici anni vengono contrasti attraverso l’organizzazione di manifestazioni di sensibilizzazione, consulenze legali gratuite, il contatto diretto con i ragazzi e l’avanzamento di proposte concrete alle istituzioni. A Giuseppe chiediamo come giudica l’operato delle istituzioni e degli enti coinvolti. «Nel rispetto dei ruoli e delle competenze – risponde – la Regione ha stanziato cinquantamila euro, grazie ai quali i Comuni di Rosarno, San Ferdinando e Rizziconi hanno potuto realizzare alcuni interventi migliorativi sull’esistente. Si è fatta inoltre promotrice della campagna di vaccinazione, realizzata dall’Asp e dalla Protezione Civile. Medici senza frontiere fino a due anni fa gestiva l’ambulatorio Stp, che successivamente è stato preso in carico dall’Asp. Quest’anno era presente lo staff degli “stagionali”, che segue i migranti nei loro spostamenti in cerca di lavoro nell’agricoltura nelle varie regioni del sud Italia. Il loro lavoro è stato prevalentemente di informazione e studio direttamente sui migranti, oltreché politico, nel senso che hanno proposto un protocollo d’intesa con la Regione, sulla falsa riga di quello che è avvenuto in Puglia. Ma dal punto di vista “sociale” non è stato registrato alcun intervento». La verità che emerge è quella che tutti sanno: c’è bisogno di una spinta maggiore. «L’ostacolo principale – prosegue nella propria analisi Giuseppe – è costituito dal fatto che la maggior parte degli immigrati sono irregolari, condizione questa che permette di operare prevalentemente nell’ambito dell’emergenza umanitaria. Tuttavia gli interventi realizzati non sono ancora in linea con le convenzioni internazionali». L’Osservatorio è parte attiva della Rete Migranti, costituitasi a Reggio Calabria in occasione della giornata internazionale del rifugiato del 20 giugno e di cui fanno parte realtà associative della città e della provincia. Quello che chiedono è che vengano destinate aree attrezzate ai migranti, che si spendano i fondi destinati dalla Regione in modo trasparente ed effettivamente utile, che si convergano gli sforzi della società civile, delle organizzazioni sindacali e delle associazioni per un sostegno umanitario, legale, sanitario e per fare pressione e controlli sui fondi stanziati. Qualcuno, nella possibilità che gli africani salveranno Rosarno e la Calabria, ci crede davvero. Ciò che è certo è che il sistema non si arresta. Tra meno di sessanta giorni si torna nei campi: venticinque euro al giorno per vendere l’anima e la dignità ai signori delle arance.

Articolo pubblicato sulla rivista Altri, anno VI, numero 6, novembre/dicembre 2009

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Aspettava solo che l'attimo arrivasse PDF Stampa E-mail
Mercoledì 10 Febbraio 2010 09:50
Impegnato a tenere botta a lavoro, mi sono prodigato negli ultimi mesi nella scrittura redazionale di manovalanza. Insomma, tanta quantità ma con cura e personalità, possibilmente. Ne è andato di mezzo il diletto, il piacere del concedersi al proprio personale spazio in rete senza impostazioni predefinite, priorità o autorità di alcun tipo. Riprendo fiato tornando a Georges Simenon, divenuto ormai nel mio immaginario letterario la spalla sulla quale si è certi di poter andare a piangere o, in momenti più sereni, un discreto compagno, più che di sbronze, magari di vermouth. Tiro fuori dallo scaffale Gli intrusi, impolverato al punto giusto e, dunque, pronto per essere trattato. Abbandonato dalla moglie, Hector Loursat si ritira nel privato del proprio studio. Incurante della figlia Nicole, divenuta uno spettro della madre in quella enorme casa nella cittadina di Moulins, Loursat sopravvive tra bottiglie di bourgogne, cataste di libri e tristi ricordi. Brutta fine per il brillante rampollo dei Loursat de Saint-Marc, avvocato sopraffine caduto in un irreversibile letargo. La vita, per essere considerata tale, ha bisogno di essere infastidita dagli eventi. Altrimenti, si prosegue camminando rasenti al muro, facendo attenzione a non cadere nella trappola del mettersi in discussione. Loursat lo sapeva bene, e in quella grigia esistenza credeva di aver trovato il posto migliore in cui tirare a campare. Non era vero. L’uomo è il suo mestiere, e Loursat il suo mestiere lo sapeva fare bene. Aspettava solo che l’attimo arrivasse, per dimostrare a sua figlia, e ancor prima a se stesso, di essere ancora realmente vivo.

Naturalmente, alla parola «avvocato», Manu aveva rivolto lo sguardo a Loursat, per pura associazione di idee... Eppure, quest’ultimo fu quasi sul punto di arrossire. Chissà, forse a un uomo della sua stessa età sarebbe stato in grado di nascondere i suoi sentimenti. Ma non a un ragazzo, proprio perché ciò che lui si sentiva dentro in quell’istante era qualcosa di istintivo e di incontenibile, come sono appunto le emozioni dei ragazzi.
Ardeva dal desiderio di difendere Émile! E glielo si leggeva in viso così chiaramente, quel desiderio, che Loursat voltò la testa dall’altra parte.


Georges Simenon
Gli Intrusi
Biblioteca Adelphi 392
2000
pp. 198 - 12,91 euro

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